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Il Decreto Dignità: un flagello per le imprese o la liberazione da un flagello?

  • Il divieto sulla pubblicità è davvero un male per tutti nel settore?
  • Il mercato italiano dell’azzardo è effettivamente morto?
  • Quali sono i meccanismi interni del processo in corso ed i suoi termini effettivi?
  • Come possono adattarsi operatori e affiliati?
  • Cosa aspettarsi ora?

Negli ultimi anni gli operatori di casinò italiani sembravano un gruppo contento e prospero. Nonostante i rigidi regolamenti governativi, ma forse anche a causa giusto di quelli, alcuni sono diventati sempre più importanti e produttivi sia online che offline. Una volta acquisita la licenza, sono diventati anche più visibili e attendibili, estromettendo in gran parte gli illegali e ripulendo il settore.

Pure all’amministrazione pubblica erano più che felici. All’Erario andavano miliardi – oltre il 2% delle entrate tributarie complessive – gli operatori erano anche più facili da controllare attraverso strumenti TIC ed il meticoloso processo delle licenze. E sebbene non si tratti di un servizio eticamente popolare per una società come la nostra, i giochi d’azzardo e le scommesse spesso sponsorizzano società sportive amate ma anche alcuni movimenti sportivi di base; e mantengono una sana struttura orizzontale d’affari attraverso piccole imprese e migliaia di dipendenti in totale.

Ultimamente però il settore è stato indubbiamente scosso dalle nuove iniziative normativi del Governo. E gli ultimi giorni di luglio si sono rivelati ancora più accesi per la politica italiana, ed anche direttamente legati all’industria del gioco online e alle sue capacità di investire ed educare. In ultima analisi anche per le sue prospettive a lungo termine di operare adeguatamente.

Il divieto totale sulla pubblicità riguarda qualsiasi tipo di contenuto relativo a giochi d’azzardo, scommesse o giochi della fortuna (con alcune eccezioni degne di nota, vedi sotto) e ha colto praticamente tutto il settore impreparato. Non tanto perché è stata la prima vera mossa legislativa del nuovo governo italiano, piuttosto per i modi drastici e le tempistiche con cui si è affrontata la questione.

Una questione politica

L’adozione di un Decreto Legislativo è prevista normalmente nei casi di inadeguatezza tecnica o mancanza di tempo, tipicamente per situazioni urgenti e serie, poiché elude le tradizionali procedure legislative e impone effetti giuridici immediati. In questo caso, il governo M5S–Lega sta ancora cercando di giustificare l’urgente necessità di combattere il precariato e la delocalizzazione con un DL. Mentre la lotta alla ludopatia (più volte sottolineata dal Premier come azzardopatia) è introdotta come argomento soltanto con un unico articolo (9) nel “Decreto Dignità” entrato ormai in vigore il 13 luglio 2018. Tuttavia, è qualcosa su cui il Ministro del lavoro e dello sviluppo economico Luigi di Maio, suo paladino e sostenitore più rigoroso, sembra intransigente.

Naturalmente, tutti gli operatori con licenza italiana sono unanimi nella loro disapprovazione della normativa, specialmente dopo anni di regolamenti in aumento che alla fine sembravano capaci di allontanare gran parte delle pratiche illegali e predatorie nel settore. La loro ferma convinzione che una simile iniziativa possa incanalare i giocatori verso operatori non autorizzati è sostenuta sia dai leader di sinistra in quanto opposizione che persino da alcuni degli alleati governativi. Giorgia Meloni ha annunciato che se le loro proposte non fossero state accolte, Fdi avrebbe votato contro. E sebbene abbia anche  sottolineato la necessità di adottare misure contro la straordinaria visibilità dei giochi d’azzardo, ha parlato di incentivi per i locali che rinuncino alle slot machine, di localizzazione in aree specializzate e di altre misure e fondi per la lotta alla ludopatia.

Sono oltre 150 gli emendamenti proposti alle Commissione riunite finanze-lavoro solo per quanto riguarda l’articolo 9, e circa 1000 emendamenti totali proposti. Così è facile intuire perché il voto su una versione finale non si concretizzi nel breve. La questione sta rapidamente diventando un ostacolo importante per il governo, soprattutto dal momento che si sta tentando di gestire aspetti di lavoro, fiscali, di comunicazione e salute con una sola mozione. Naturalmente, tutti gli interessati sul piano socioeconomico stanno chiedendo soluzioni migliori si percepisce una certa tensione, persino tra i membri del Governo più importanti. Il ministro dell’interno e leader leghista Matteo Salvini ha cercato di evitare la questione fin qui ma ha dovuto intervenire a seguito delle recenti proteste di alcuni imprenditori, dichiarando semplicemente “a fine percorso vedremo chi avrà avuto torto e chi ragione” . Il Decreto Dignità svela così anche alcune differenze politiche tra MS5 e Lega, ma sicuramente non è sufficiente per uno scontro più significativo.

L’opposizione disunita

Negli ultimi due mesi, da quando è stato annunciato il suo piano sul tema, il governo ha incontrato resistenze significative ma sparse al di là del mondo della politica o della finanza. In una dichiarazione congiunta, tutte le principali Leghe professionistiche di calcio, pallacanestro e pallavolo (sia maschile che femminile) hanno sottolineato la loro preoccupazione che le drastiche misure possano compromettere la competitività di quasi tutti i livelli professionistici e amatoriali dello sport italiano, dato il sostegno finanziario ricevuto dagli operatori di giochi e scommesse. E ancor più confrontandosi a livello internazionale.

Un paio di incontri e le successive reazioni di oltre 600 imprenditori veneti hanno avuto risonanza pubblica a livello nazionale, accusando direttamente il piano Di Maio nell’aumentare vincoli e costi sui contratti a termine, inibendo così la loro competitività aziendale e limitando la flessibilità nel mercato del lavoro. Pure dall’altra parte dello spettro concordano: diverse centinaia di lavoratori dello stabilimento di Nestlé a Benevento hanno protestato pubblicamente dopo che l’azienda ha deciso di non contare più su di loro per assunzioni stagionali e temporanei dopo l’introduzione del Decreto.

Per chiudere il cerchio, il 26 luglio una rappresentanza dei tre sindacati principali ha incontrato alcuni membri dell’Associazione del Gioco lecito (As.Tro) nel tentativo di collaborare e proporre alternative funzionanti. Ma soprattutto per coordinare i loro sforzi nel tentativo di farsi ascoltare dal governo, dal momento che da parte sua non c’è mai stata alcuna volontà di fermarsi a discutere la questione con alcun rappresentante dei Partner Sociali. Mentre nella sua forma attuale il Decreto costituisce un semplice proibizionismo che potrebbe far ripiombare il settore nell’illegale.

Cosa svelano i numeri

Come ammesso dal sottosegretario Mef, nessun altro paese UE avrebbe introdotto un divieto analogo finora e al momento risulta difficile valutare esattamente l’effetto finanziario e operativo del divieto sul settore dei giochi, su quello della pubblicità e sull’Erario in particolare.

D’altro canto, in un paese in cui il livello di tassazione sul gioco d’azzardo è il doppio di quello in Francia e nel Regno Unito, e quattro volte rispetto a quello in Spagna e Germania, il governo spera di neutralizzare il gettito ridotto dalle imposte sul gioco online con tassazione più elevata su slot e scommesse terrestri. Sotto un punto di vista è una mossa comprensibile: su quasi 102 miliardi di euro di puntate totali per il 2017, il Fisco guadagna circa 10 miliardi in tasse. Ma con solo 27 dei 102 miliardi spesi online, lo Stato guadagna poco più di 300 milioni sotto forma di tassazione delle transazioni online, appena sopra 1% del fatturato totale.

Come mai? Semplicemente perché l’RTP è molto più alto nei giochi e slot in rete rispetto agli operatori terrestri. I precedenti governi italiani hanno scelto di ridurre i limiti di payout ad un minimo di 70%, mentre gli operatori online devono garantire almeno l’85%. E la maggior parte di essi supera il 90%, e quel valore più spesso gravita vicino al 95%. Questo è il semplice motivo per cui questa quota del fatturato porta allo Stato entrate fiscali significativamente più bassi. Una volta compreso l’effetto che questi cambiamenti hanno avuto, non c’è da meravigliarsi che l’attuale governo spinga a tassare i concessionari fisici ancora di più per “controbilanciare” gli effetti del Dl chiamato da molti una mossa ipocrita.

Le attuali disposizioni lasciano la responsabilità di organizzare l’attività degli operatori offline (bar, ricevitorie, sale slot) ai Comuni, mentre la famigerata Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (AAMS) controlla lo stesso i loro flussi fiscali. Allo stesso tempo gli operatori digitali devono affrontare il divieto totale di pubblicità senza alcuna possibilità di pianificare il loro operato sostenibilmente.

La Dignità vale per tutti?

Ciò che risulta ancora più sfacciato nei tentativi malaccorti di combattere una dipendenza dai giochi è il fatto che le Lotterie nazionali e locali sono escluse dal divieto, così come i loghi di “gioco sicuro e responsabile” e dell’AAMS.

E mentre questi ultimi non dovrebbero essere considerati pubblicità ma fonti di informazione, il motivo per risparmiare i giochi di estrazione sarebbe il fatto che non offrono una vincita o perdita immediata ma piuttosto un premio potenzialmente differito.

Questo lascia principalmente la Lotteria nazionale, così come il Lotto (gestito dalla Lottomatica, controllata per il 52% da DeAgostini) e il SuperEnalotto (gestito da Sisal).

Cosa succederà adesso

  • Cosa significa tutto questo per i nuovi casinò sul mercato?

L’articolo 9 specifica che nessun nuovo contratto di sponsorizzazione e pubblicizzazione potrebbe essere stipulato a questo punto. Ai contratti in vigore è stata data una proroga che non può comunque farli produrre effetti oltre il 13 luglio 2019, un anno dopo la pubblicazione iniziale del Decreto. Dopo il 1° gennaio 2019, in ogni caso: nessun nuovo evento, prodotto o servizio.

Google si è reso conforme con effetto quasi immediato, e ciò che abbiamo già visto sul motore di ricerca è che gli operatori autorizzati AAMS stanno già scivolando verso il basso nella lista dei risultati di ricerca locali. Naturalmente, in alto non c’è nessun cenno di pubblicità loro. Mentre gli operatori non registrati in Italia iniziano a farsi notare di più nei risultati. Così come alcuni siti potenzialmente opinabili e/o stranieri.

Lo stesso capiterà anche su Facebook (e Instagram) per quanto riguarda non solo annunci e campagne pubblicitarie, ma anche le pagine dei fan e qualsiasi pagina o link anche indiretti. Alcuni operatori hanno già iniziato a salutare i loro clienti e follower.

  • Che significato può avere questo per i nuovi affiliati sul mercato?

Ciò che è importante capire sarebbe come e quanto efficientemente inciderà il Dl su fonti di informazione legittime e sanzionate come le piattaforme degli operatori stessi, le pagine affiliate, i vari blog informativi e tutti i messaggi ad essi correlati ma allo stesso tempo poco intrusivi nella dimensione globale della Rete.

Potrebbe essere sufficiente cambiare i TLD, i domini di primo livello dei siti internet. Alcune aziende magari dovranno spostare anche la loro sede legale. Fortunatamente, nonostante le azioni tempestive di Google, i siti di affiliazione di qualità sono gli unici a rimanere visibili e questo di per sé è già una buona notizia per il segmento. Questo potrebbe rivelarsi persino il modo più sicuro e diretto di accedere ai siti degli operatori, oltre a informare e far crescere la propria base di clienti. Pertanto l’attività di base sembra lontano dall’essere fatalmente minacciata, ma potrebbe dover subire alcuni cambiamenti superflui. Contrariamente a quanto auspicato dal governo, questo processo potrebbe addirittura portare più traffico verso i servizi online e mobile rispetto a prima.

Una certezza c’è: la lotta per il mercato italiano dei giochi non è minimamente finita. Gli operatori singolarmente e alcune azioni collettive hanno pronte già una serie di argomenti legali da sollevare (come le norme UE sulla possibilità degli Stati membri di “limitare il movimento di beni e servizi”). Altri operatori e fattori socio-economici sono al lavoro, anche se ancora in modo scollegato.

Nel frattempo, le discussioni parlamentari proseguiranno fino al 2 agosto, mentre il Decreto sarà esaminato al Senato il 6 agosto. Se tutto ciò andrà per le lunghe, si parla già di una mozione di fiducia al governo. Tale è l’importanza di questa legislazione nel suo insieme.

Dopo una breve pausa estiva, la scadenza che si profila all’orizzonte politico è il 12 settembre quando scade il Decreto Dignità. Non cambierebbe forse il piano del governo in termini pratici. Ma forse sarebbe utile nel tentativo di partire quasi da zero per costruire una soluzione funzionale e più ragionevole per tutte le parti coinvolte.

E per evitare un clamoroso smacco all’immagine pubblica di Luigi Di Maio.

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